venerdì 15 luglio 2016

Biodanza nei luoghi di lavoro



In questo video un esempio toccante di come la Biodanza può essere applicata nei luoghi di lavoro allo scopo di mettere la vita al centro per prevenire incidenti e promuovere percorsi di solidarietà, benessere ed empatia tra i lavoratori.



giovedì 14 luglio 2016

Trascendenza e spiritualità: convergenze tra scienza, Carl Gustav Jung e Rolando Toro

Molto interessanti appaiono i risultati di uno studio italiano che è riuscito a individuare le aree del cervello il cui funzionamento potrebbe spiegare la tendenza alla spiritualità e l’attitudine dell’uomo a superare i confini spazio-temporali del corpo.
Fanno parte del gruppo di ricercatori Salvatore Maria Aglioti, del quale ho avuto il piacere di seguire le lezioni del corso di “neuropsicologia del linguaggio”, insieme a Cosimo Urgesi e Franco Fabbro, in collaborazione con Miran Skrap .

Gli scienziati si sono preoccupati di individuare il legame diretto fra attività cerebrale e spiritualità, concentrandosi su un tratto, noto come auto-trascendenza (ST), che si ritiene possa essere preso come misura del sentimento del pensiero e dei comportamenti spirituali nell’uomo.
L’auto-trascendenza riflette una riduzione del senso di sé a favore della capacità di identificarsi come parte integrante dell’universo come un tutto.

A questi due link un’esauriente descrizione dei risultati della ricerca
Da questa ricerca emerge come le riflessioni di Carl Gustav Jung fossero già in sintonia con i risultati della stessa. Jung parlava infatti di “funzione religiosa” e la riteneva una facoltà naturale nell'uomo con la stessa forza dell’istinto sessuale o dell’aggressività, spiegando anche il motivo per cui certi individui si liberano della propria nevrosi semplicemente riprendendo le pratiche della propria religione, questa sarebbe inoltre la ragione per cui la salute mentale delle persone anziane è migliore tra coloro che hanno una fede religiosa.

Per Jung la religione è un archetipo presente nell'inconscio collettivo, un archetipo dai confini incerti infatti fra le persone che egli definisce religiose alcune sono credenti, altre hanno una mentalità religiosa senza saperlo e in ultimo ci sono coloro che a livello conscio sono contrari alla religione ma che, in certe circostanze, sono soggetti a un’esperienza archetipica religiosa.
Rolando Toro, creatore del Sistema Biodanza, considerava la trascendenza come uno dei cinque potenziali umani innati che si sviluppano in relazione all'ambiente.

Per Toro la trascendenza ha un’origine biologica e un’infrastruttura istintiva in quanto la ricerca di armonizzazione con la natura nella sua totalità è una funzione organica che culmina con l’esperienza suprema di identificazione con l’universo.
Sempre secondo Toro l’impulso mistico è viscerale, e tale esperienza provoca delle profonde modificazioni organiche ed esistenziali. (R.Toro  – 2000)

Riccardo Cazzulo

martedì 21 giugno 2016

Scala evolutiva dei livelli di vincolo umano di Rolando Toro

Il modo in cui gli individui si vincolano con i loro simili è cambiato attraverso la storia. Originalmente le forme di vincolo furono solidali e organiche; l’istinto di vincolo intra-specie e la necessità di sopravvivenza conducevano naturalmente alla convivenza.

Il vincolo fra uomo e donna era complementario, non autoritario. Le relazioni con la natura e la cura dei bambini davano alle donne un posto speciale all’interno della comunità; la guarigione, gli alimenti, i riti di fertilità e il raccolto erano preferibilmente femminili. La caccia, la protezione del territorio e la fabbricazione di utensili era compito degli uomini. La scoperta della cosiddetta “Prima Venere di Wilendorf” (30 mila anni A.C), che fa risaltare nella donna i suoi organi di riproduzione e il suo petto nutritivo, sembrano confermare questa ipotesi.

Con l’apparizione del Patriarcato sorse l’autoritarismo e il maschilismo. L’evoluzione delle relazioni umane entrò in un processo di decadenza attraverso i secoli.

Il Panteismo, che si manifestava nel vincolo cosmico con le divinità della natura, fu sostituito dalle religioni con dei antropomorfi. La paura degli dei terribili condusse alla credenza che si dovessero placare mediante sacrifici e sofferenze; questa struttura religiosa si è conservata sino ai nostri giorni.

Attualmente il vincolo umano è egocentrico, si caratterizza per lo sfruttamento e l’assassinio. Le guerre attuali hanno raggiunto una distruttività senza precedenti. Le Istituzioni degli Stati, come la Unesco e l’Onu, le Conferenze di Pace hanno proposto forme di regolazione della violenza, leggi, concetti deontologici e morali, ma hanno fallito spettacolarmente; l’ oscenità bellica continua ad essere presente nel mondo.

In questo testo desidero dare una visione approssimativa sull’evoluzione delle forme di vincolo interumano. Questa scala di vincolo è incompleta, ma ci permette vedere con chiarezza la naturalezza dei cambiamenti:

1. Individualismo 
La nozione filosofica dell’individualismo sorse in Gran Bretagna, con le idee di Adam Smith e Jeremy Bertham. 

Spesso si è concepito l’individuo come “atomo sociale”. Questa idea si relaziona con il liberalismo economico, in quanto esiste libertà per sviluppare l’esistenza indipendentemente dal resto del mondo. La speculazione economica si pratica a livello mondiale. L’individualismo fu concettualizzato da Alexis Toqueville. 

Esiste un abisso fra “identità e alterità”, descritta da Ortega Y Gasset. Questa forma di vincolo individualista è la più corrente, le sue conseguenze sono l’aggressività, la solitudine, l’ingiustizia e la sofferenza che circondano milioni di esseri umani. 

Individualismo e autoritarismo vanno insieme. 

Teodor Adorno descrisse rigorosamente la personalità autoritaria, le sue caratteristiche ed effetti sociali e politici; basta menzionare i regimi autoritari in cui gli esseri umani sono nullità 

Il razzismo, la percezione dell’Altro come creatura umana sacra, non esiste. La sua vita è proprietà dello stato. L’olocausto ebreo costituisce l’espressione estrema del razzismo, i Gulag russi, il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki rappresentano la visione più barbara dell’essere umano e l’azione di grandi psicopatici. 

Nella prospettiva psicologica e psicoterapeutica, l’individualismo si è associato alla autoreferenzialità, alla fiducia in se stessi, ai meccanismi di difesa, alla libertà di decisione, all’autonomia e al diritto di proprietà. 
In questa linea, la nozione di vincolo non esiste, le persone sono reificate. Così per esempio, gli individualisti considerano la persona amata come loro proprietà. 

Frtz Pearls sintetizzò in una sua famosa frase, lo spirito individualista del vincolo con la psicoterapia: 

“io sono io tu sei tu 
non sono qui per soddisfare le tue aspettative 
tu non sei qui per soddisfare le mie. 
Se ci incontriamo bene se non ci incontriamo, bene. 
Se noi non ci incontriamo, non succede niente.” 

L’individualismo è nella scala più bassa dell’evoluzione del vincolo. 


2. Personalismo: 
Il personalismo consiste nella capacità di alcuni esseri umani di “ fare risuonare la loro voce attraverso la maschera”. 
Etimologicamente la parola “persona” deriva da “maschera”. Gli attori greci facevano risuonare la loro voce, durante la presentazione delle tragedie, attraverso una maschera. 
Nel personalismo sorge la condizione di protagonismo di un individuo che “si fa udire” per le sue caratteristiche personali e le sue capacità di rappresentare un personaggio. La personalità, secondo Socrate, è più rappresentativa che l’Essere. La persona è al disopra dell’essere, del cosmo e dello stato. 

Leibniz proponeva che “la persona è una creatura razionale con il sentimento di essere padrone delle sue proprie azioni”. 
Kant esprimeva che “l’individuo è sottomesso a leggi proprie stabilite dalla sua propria ragione”. La personalità è la capacità di esercitare la sua libertà come un essere razionale, che possiede regole morali proprie. Kant, nonostante, insiste sull’importanza dell’etica come qualcosa inerente all’individuo. 
La libertà di azione significa avere indipendenza di fronte al meccanismo dell’intera natura, non c’è integrazione con il cosmo. 

Anche Max Scheler fonda i suoi atti in se stesso. Pensa che la persona non è un essere naturale o dipendente da uno spirito cosmico. L’uomo ha un luogo “di fronte” al Cosmo. 
Scheler elaborò filosoficamente i concetti di simpatia ed empatia. 
Essere simpatico significa essere gradevole e ricettivo; non esiste, senza dubbio, un compromesso affettivo profondo. 

3. Priorità di noi e del dialogo:
Martin Buber, Paulo Freire, Pichon Riviere hanno dato un passo importante nell’evoluzione del vincolo. 
Riconoscono nell’essere umano “un essere relazionale”. Propongono un dialogo affettivo, il giudizio critico e la pratica di un’educazione alla libertà e alla giustizia sociale. 
Questa apertura rappresenta un avanzamento nella scala evolutiva del vincolo umano. La teoria del dialogo si orienta, in questi autori, principalmente nella comunicazione verbale affettiva e solidale. 

Ciò nonostante, la scienza ha attualmente descritto altri “linguaggi silenziosi”, come il dialogo delle carezze, il dialogo psicotonico di Fast, il dialogo gestuale e il dialogo dello sguardo. 

Si è potuto misurare l’influenza di queste diverse forme di dialogo nel sistema ormonale e immunologico. 
L’abbraccio e la carezza sono forme di dialogo nutritive e terapeutiche. Martin Buber ha richiamato l’attenzione sulla profonda importanza dell’erotismo del dialogo.

4. Espressione dell’identità con l’Altro: 
Jean Piaget ha rivelato che l’identità si manifesta e sviluppa solo nella relazione con le altre persone. 

“L’Altro” è indispensabile per l’espressione reciproca dei potenziali. I sistemi solipsistici non hanno effetto nella crescita esistenziale. 
L’Altro è un fattore dell’ambiente ecologico arricchito che nella convivenza stimola l’espressione dell’identità. 
In Biodanza si stimola il vincolo interumano nei suoi molteplici aspetti e si impara a qualificare l’Altro, a valorizzarlo affettivamente e a celebrarlo con amore. 

Piaget collocò il paradosso che per essere unico è necessario essere con gli altri. 

5. Empatia: 
L’empatia è la capacità di percepire e comprendere gli stati mentali dell’altra persona. 
È una condizione indispensabile per lo sviluppo sociale ed è profondamente radicata nel nostro cervello. 

Theodore Lips fu il primo a sviluppare il concetto di empatia. Inizialmente lo applicò nell’esperienza estetica di fronte ad un’opera e propose di stabilire la relazione fra l’artista e la sua opera. 

In psicologia e neuroscienze il termine si riferisce alla “capacità di percepire, immaginare e comprendere direttamente lo stato mentale e il comportamento “dell’Altro”; è, in fondo, mettersi al posto dell’Altro. L’empatia permette di riconoscere l’Altro come Simile. 

L’incapacità di riconoscere nell’altro un’emozione corrisponde alla incapacità di provarla in se stessi. L’empatia non consiste solo nel percepire l’emozione dell’Altro, ma può anche stimolare la sensazione. 
Il cervello maschile mostra una capacità empatica minore di quello femminile. 

Altri pensatori che hanno studiato a fondo il fenomeno dell’empatia sono: Edith Stein, S.M. Avenanti, V. Betty. 

Oggigiorno l’empatia è un tema intensivo nella relazione con le cellule cerebrali specchio. 

L’empatia si può coltivare con un’educazione adeguata. L’empatia è una facoltà dell’incosciente vitale, una forma di risonanza neurologica di coerenza con l’identità dell’Altro; costituisce una capacità visionaria in cui la coscienza partecipa tardivamente. 

Ascoltare e indovinare ciò che succede nell’Altro costituisce un fenomeno di espansione di coscienza e una forma di vincolo evoluto. 

6. Epifania dell’incontro:
Il filosofo Emmanuel Levinas ha rivelato la più elevata forma di vincolo; “il guardare negli occhi”; l’estasi della fusione con l’altro; si tratta di arrivare a essere uno con l’altro. 

La relazione interumana non è asimmetrica come nell’empatia. 
È un vincolo reciproco con “l’Altro-infinito”, con l’estraneo che mai si conosce totalmente. 
L’altro ospita ed è ospitato a sua volta reciprocamente attraverso il mettersi di fronte faccia a faccia; è l’approssimarsi assoluto dell’estraneo nel mondo privato. 
Attraverso lo sguardo, ambedue raggiungono l’unione del sacro in un atto di epifania e di estasi. 

Levinas, secondo ciò che penso, ha descritto il livello più evoluto nella scala del vincolo.

Sintesi della scala evolutiva del vincolo 
1. Individualismo anarchico (Max Weber, Fritz Peris): Io sono Io di fronte all’altro e al Cosmo. 
2. Personalismo e collettivismo (Stalin, Hitler): ascoltare la mia voce attraverso la maschera. Pericolo di informazioni false o tossiche. Leadership autoritaria. 
3. Priorità del “noi” e del dialogo; 
4. Nutrimento reciproco dell’identità con l’Altro (Jean Piaget, Psicologia e Epistemologia dell’identità): permette l’espressione dei potenziali. 
5. Empatia (H. Lips, Edith Stein): mettersi al posto dell’altro. 
6. Epifania dell’incontro (Emmanuel Levinas): unire il sacro di se stessi con il sacro dell’Altro. 

Nota: a partire dal terzo punto della scala evolutiva del Vincolo, comincia il progresso delle relazioni fra umani. I primi due scalini sono dissociativi e altamente distruttivi. I seguenti sono integrativi. Questi livelli di vincolo integrativo sono stimolati dal Sistema Biodanza.


Tratto da Rolando Toro, “Bollettino AIEB mensile di Biodanza n° 6 Ottobre 2007”

lunedì 18 aprile 2016

19 Aprile: Giornata Mondiale della Biodanza

Nella data di nascita di Rolando Toro, creatore del Sistema Biodanza, ricorre la giornata mondiale della Biodanza.
In questo video un viaggio nella Biodanza nel mondo e nei diversi contesti applicativi





Essendo un collage di filmati provenienti dal web la qualità non è troppo buona

lunedì 25 gennaio 2016

Felicità, affettività e tossicodipendenza

La più probabile causa della dipendenza è stata scoperta - e non è ciò che credete


Sono ormai passati cent'anni da quando le droghe sono state proibite per la prima volta - e nel corso di questo lungo secolo di guerra alla droga, i nostri insegnanti e i governi ci hanno raccontato una storia sulla dipendenza. Una storia tanto radicata nelle nostre menti che la diamo per assodata. Pare ovvia. Sembra palesemente vera. Lo credevo anch'io, fino a quando tre anni e mezzo fa non mi sono imbarcato in un viaggio di 30mila miglia per lavorare al mio nuovo libro, Chasing The Scream: The First And Last Days of the War on Drugs, alla scoperta di ciò che c'è veramente dietro alla guerra alla droga. Ciò che ho imparato lungo la mia strada è che quasi tutto ciò che c'è stato raccontato sulla dipendenza è sbagliato - e che di storia ne esiste un'altra, molto diversa, che aspetta ancora d'esser raccontata, se solo saremo disposti ad ascoltarla.

Se faremo nostra questa nuova storia ci toccherà cambiare non solo la guerra alla droga. Dovremo cambiare noi stessi.

Ciò che ho imparato l'ho appreso da un mucchio di persone straordinariamente diverse che ho incontrato lungo i miei viaggi. Dagli amici ancora vivi di Billie Holiday, da cui ho scoperto che il fondatore della guerra alla droga l'aveva perseguitata, contribuendo alla sua morte. Da un dottore ebreo portato di nascosto via dal ghetto di Budapest quand'era piccolo, per poi scoprire da adulto i segreti della dipendenza. Da un trafficante transessuale di crack a Brooklyn, concepito quando la madre, dipendente dal crack, fu stuprata dal padre, un agente della polizia di New York. Da un uomo che è stato relegato in fondo a un pozzo per due anni da una dittatura dedita alla tortura, per poi riemergerne e finire un giorno col venire eletto presidente dell'Uruguay, segnando così gli ultimi giorni della guerra alla droga.
Avevo un motivo piuttosto personale per andare alla ricerca di tutte queste risposte. Uno dei miei primi ricordi da piccolo è stato quella di provare a svegliare un mio parente, senza riuscirci. Da allora mi sono rigirato in testa uno dei misteri essenziali della dipendenza - cos'è che fa sì che ci sia gente che diventa tanto ossessionata da una droga, o da un determinato comportamento, da non riuscire più a fermarsi? Come si può fare per aiutare quella gente a tornare da noi? Crescendo, un altro dei miei parenti più stretti sviluppò una dipendenza da cocaina, e io iniziai un rapporto con una persona dipendente dall'eroina. In un certo senso la dipendenza per me era di casa.

Se tempo fa mi aveste chiesto quale fosse l'origine della dipendenza dalla droga, vi avrei guardato come degli idioti, e vi avrei detto: "Beh, la droga, no?". Non era difficile da capire. Ero convinto di averlo esperito in prima persona. Siamo tutti in grado di spiegarlo. Supponiamo che voi e me, insieme ai prossimi venti passanti, stabilissimo di somministrarci per venti giorni di fila una droga veramente potente. Siccome queste droghe sono dotate di forti ganci chimici, se il ventunesimo giorno poi smettessimo, i nostri corpi finirebbero per bramare quella sostanza. Una bramosia feroce. Saremmo dunque diventati dipendenti da essa. Ecco che cosa significa 'dipendenza'.
La teoria è stata in parte codificata grazie agli esperimenti compiuti sui topi - entrati nella psiche collettiva americana negli anni '80 grazie a una nota campagna pubblicitaria di Partnership for a Drug-Free America. Potreste ricordarla. L'esperimento è piuttosto semplice. Mettete un topo in gabbia, da solo, con due bottiglie d'acqua. Una contiene solo acqua. L'altra anche eroina o cocaina. Quasi ogni singola volta in cui l'esperimento viene ripetuto, il topo finirà ossessionato dall'acqua drogata, e tornerà a chiederne ancora fino al momento in cui morirà.
La pubblicità lo spiegava così: "C'è solo una droga in grado d'indurre tanta dipendenza, e nove topi di laboratorio su dieci ne faranno uso. Ancora. E ancora. Fino alla morte. Si chiama cocaina. E a voi può fare lo stesso".

Tuttavia negli anni '70 un docente di psicologia a Vancouver di nome Bruce Alexandernotò qualcosa di strano in questo esperimento. Il topo viene messo in una gabbia da solo. Non ha altro da fare che somministrarsi la droga. Che succederebbe allora, si chiese, se lo impostassimo diversamente? Così il professor Alexander costruì un 'parco topi'. Una gabbia di lusso all'interno della quale i topi avrebbero avuto a disposizione delle palline colorate, il miglior cibo per roditori, delle gallerie nelle quali zampettare e tanti amici: tutto ciò a cui un topo metropolitano avrebbe potuto aspirare. Che cosa sarebbe accaduto in quel caso, si chiedeva Alexander?
Nel 'parco topi' tutti ovviamente finivano per assaggiare l'acqua di entrambe le bottiglie, non sapendo che cosa ci fosse dentro. Ma ciò che successe in seguito fu sorprendente.
Ai topi che facevano una bella vita l'acqua drogata non piaceva. Perlopiù la evitavano, consumandone meno di un quarto rispetto ai topi isolati. Nessuno di loro morì. E mentre tutti i topi tenuti soli e infelici ne facevano uso pesante, ciò non accadeva ad alcuno di quelli immersi in un ambiente felice.
All'inizio pensai che si trattasse soltanto di una stranezza dei topi, finchè non scoprii che - nello stesso periodo dell'esperimento del 'parco topi' - c'era stato il suo equivalente umano. Si chiamava guerra in Vietnam. La rivista Time scriveva che fra i soldati americani l'uso di eroina era "comune quanto quello della gomma da masticare", e che ce n'erano delle prove concrete: stando a una ricerca pubblicata negli Archives of General Psychiatry circa il 20 per cento dei soldati americani in quel Paese erano diventati dipendenti dall'eroina. In tanti se ne sentirono comprensibilmente terrorizzati; convinti che alla fine della guerra in patria sarebbe rientrato un enorme numero di tossicodipendenti.
La verità è che circa il 95 per cento dei soldati che avevano sviluppato quella dipendenza - stando alla medesima ricerca - in seguito semplicemente non si drogarono più. In pochi furono costretti alla riabilitazione. Il fatto è che erano passati da una gabbia terrificante a una piacevole, per cui smisero di anelare alla droga.
Il professor Alexander ritiene che questa scoperta contesti in modo profondo sia il punto di vista destrorso, per cui la dipendenza non è che una questione 'immorale' generata dagli eccessi dell'edonismo festaiolo, sia quello liberal per cui la dipendenza è quel male che attecchisce all'interno di un cervello alterato dalle sostanze chimiche. Anzi, argomenta, la dipendenza è una forma d'adattamento. Non sei tu. È la tua gabbia.

Dopo la prima fase del 'parco topi' il professor Alexander portò avanti il test. Tornò a ripetere gli esperimenti originari, quelli in cui i topi venivano lasciati da soli e facevano compulsivamente uso della droga. Lasciò che ne facessero uso per cinquantasette giorni - una quantità di tempo sufficiente ad agganciarli. Poi li portò fuori dall'isolamento, collocandoli all'interno del 'parco topi'. Voleva capire se, una volta sviluppata una dipendenza, il cervello risultasse talmente alterato da non potersi più riprendere. Se le droghe in effetti s'impossessavano di te. Ciò che accadde risultò - ancora una volta - stupefacente. I topi mostravano qualche problema d'astinenza, ma smettevano presto di farne uso intensivo, tornando a vivere una vita normale. La gabbia buona li aveva salvati (i riferimenti precisi a tutte le ricerche a cui faccio riferimento sono nel libro).
Quando per la prima volta incappai in tutto questo rimasi perplesso. Che senso aveva? Questa nuova teoria criticava in maniera talmente radicale ciò che ci era stato detto che sembrava non potesse esser vera. Ma più scienziati intervistavo, più consultavo le loro ricerche, più scoprivo cose che non sembravano aver alcun senso - a meno che non si prendesse in considerazione questo nuovo approccio.

Ecco l'esempio di un esperimento che si sta conducendo, e che un giorno potrebbe riguardarvi direttamente. Se oggi v'investissero e subiste una frattura al bacino, vi verrebbe probabilmente somministrata la diamorfina, nome medico dell'eroina. Nell'ospedale in cui vi troverete ci sarà tanta altra gente a cui viene somministrata l'eroina per lunghi periodi, per attenuarne il dolore. L'eroina che vi darà il medico sarà molto più pura e potente di quella adoperata dai tossici per strada, costretti a comprarla da spacciatori che la tagliano. Ragion per cui, se la vecchia teoria della dipendenza fosse valida - sono le droghe a causarla, perché fanno sì che il tuo corpo ne senta il bisogno - la conseguenza sarebbe ovvia. Un mucchio di gente dovrebbe lasciare l'ospedale per finire alla ricerca di una dose per strada, assecondando la dipendenza che avrebbero sviluppato.
Ma ecco la cosa strana: questo praticamente non succede mai. Come il medico canadese Gabor Mate mi ha spiegato per la prima volta, coloro che ne fanno uso medico poi semplicemente smettono, pur essendo stata loro somministrata per mesi. La medesima droga, fruita per la medesima quantità di tempo, trasforma chi ne fa uso per strada in tossici disperati, lasciando immutati i pazienti d'ospedale.
Se siete ancora convinti - come anch'io un tempo - che la dipendenza sia causata dai ganci chimici, la cosa non avrà alcun senso. Ma se credete alla teoria di Bruce Alexander, tutto torna. Il tossico per strada è un po' come i topi della prima gabbia, isolato, solo, con un'unica fonte di consolazione a portata di mano. Il paziente d'ospedale è come il topo della seconda gabbia. Si prepara a tornare a casa, a una vita in cui sarà circondato dalla gente che ama. La droga è la stessa, l'ambiente però è diverso.

Questo ci fornisce un'intuizione che va ben oltre il bisogno di comprendere i tossicodipendenti. Il professor Peter Cohen sostiene che gli esseri umani abbiano una profonda necessità di formare legami ed entrare in contatto gli uni con gli altri. È così che ci gratifichiamo. Se non siamo in grado di entrare in contatto con gli altri, entreremo in contatto con qualsiasi altra cosa - il suono di una roulette che gira, o l'ago di una siringa. Lui è convinto che dovremmo smettere del tutto di parlare di 'dipendenza', e chiamarla piuttosto 'legame'. Un eroinomane si lega all'eroina perché non è stato in grado di legare in modo altrettanto forte con nient'altro.
Ragion per cui il contrario della dipendenza non è la sobrietà. Ma il contatto umano.
Quando ho saputo tutto questo, ho scoperto di aver cominciato a convincermene, ma non sono comunque riuscito a liberarmi da un dubbio assillante. Tutti questi scienziati sono forse convinti che i ganci chimici non facciano alcuna differenza? Così me l'hanno spiegato - puoi diventare dipendente dal gioco d'azzardo, e nessuno penserà mai che t'inietti un mazzo di carte in vena. Per cui potrai avere il massimo della dipendenza, e nessun gancio chimico. Ho partecipato a un incontro dei giocatori d'azzardo anonimi di Las Vegas (col permesso di tutti i partecipanti, che sapevano di essere osservati) e mi sembravano chiaramente dipendenti, tanto quanto qualsiasi altro cocainomane o eroinomane io abbia mai incontrato. Eppure di ganci chimici sul tavolo da gioco non ce ne sono.
Di certo, però, ribattevo, le sostanze chimiche lo dovranno svolgere un qualche ruolo. Salta fuori che esiste un esperimento in grado di rispondere in termini molto precisi a questa domanda. L'ho scoperto leggendo il libro The Cult of Pharmacology, di Richard DeGrandpre.
Tutti concordano sul fatto che il fumo della sigaretta sia uno dei più grandi generatori di dipendenza. I ganci chimici del tabacco derivano da una droga al suo interno chiamata nicotina. Quando nei primi anni '90 sono stati sviluppati i cerotti alla nicotina ci fu un grande ottimismo - i fumatori di sigaretta avrebbero potuto godersi tutti gli amati ganci chimici senza le sporche (e letali) controindicazioni del fumo. Sarebbero stati liberi.
Ma la Direzione generale della sanità ha scoperto che appena il 17,7 per cento dei fumatori di sigarette sono in grado di mettere adoperando i cerotti alla nicotina. Ora, non è proprio roba da nulla. Se le sostanze chimiche rappresentano il 17,7 per cento della dipendenza, come si è dimostrato, si parla comunque di milioni di vite rovinate in tutto il mondo. Ciò che però si scopre, ancora una volta, è che la storia che ci è stata insegnata sui ganci chimici come Causa della Dipendenza, per quanto vera, non è che un frammento all'interno di un mosaico più vasto.
Le implicazioni per l'ormai centenaria guerra alla droga sono notevoli. Quest'enorme crociata - che come ho avuto modo di osservare uccide gente dai centri commerciali messicani alle strade di Liverpool - si fonda sulla convinzione che sia necessario eliminare fisicamente una vasta quantità di sostanze chimiche perchè s'impossessano dei cervelli della gente e ne causano la dipendenza. Ma se non sono le droghe a portare alla dipendenza - se anzi a causarla è quel senso di scollegamento dagli altri - tutto questo non ha alcun senso.

Ironicamente la guerra alla droga non fa che alimentare i macro fattori che portano alla dipendenza. Ad esempio mi sono recato in una prigione in Arizona - 'Tent City' - dove per punirli per l'uso di droga i detenuti vengono costretti per settimane e settimane all'interno di minuscole celle d'isolamento in pietra (le chiamano 'il Buco'). Cioè quanto di più vicino si possa arrivare a ricreare per gli uomini le gabbie che garantivano la dipendenza letale dei topi. E quando poi quei detenuti ne fuoriescono, la fedina penale impedirà loro di essere assunti - garantendone per sempre l'isolamento. L'ho visto accadere in diversi casi a persone che ho incontrato in giro per il mondo.
Esiste un'alternativa. Si può costruire un sistema concepito per aiutare i tossicomani a rientrare in contatto col mondo - lasciandosi la dipendenza alle spalle.
Non è teoria. Succede davvero. L'ho visto coi miei occhi. Quasi quindici anni fa il Portogallo aveva una delle situazioni peggiori di tutta Europa quanto a diffusione degli stupefacenti, con l'1 per cento della popolazione dipendente da eroina. Avevano provato con la guerra alla droga, e il problema non faceva che peggiorare. Così decisero di fare qualcosa di drasticamente diverso. Stabilirono di depenalizzare tutti gli stupefacenti, rinvestendo il denaro che prima spendevano per arresto e detenzione del tossicomane, e adoperandolo invece per rimetterlo in comunicazione - coi propri sentimenti e con la società più ampia. Il passo determinante è quello di assicurargli un'abitazione stabile e un posto di lavoro sociale così da offrirgli uno scopo nella vita, e una ragione per alzarsi dal letto. Li osservavo mentre venivano aiutati all'interno di ambulatori ricchi di calore umano e accoglienti, per imparare a tornare in contatto coi propri sentimenti, dopo anni di trauma e di silenzioso stordimento dovuto alle droghe.
Uno degli esempi di cui sono venuto a conoscenza è un gruppo di tossicodipendenti a cui è stato offerto un prestito per mettere in piedi una piccola azienda di traslochi. D'un tratto erano diventati un gruppo, legarono tutti fra loro, e con la società, e si fecero responsabili della cura dell'altro.

I primi risultati stanno arrivando. Una ricerca indipendente del British Journal of Criminology ha scoperto che dal momento della sua totale depenalizzazione le dipendenze sono crollate, e l'uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Lasciatemelo ripetere: l'uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Il risultato della depenalizzazione è stato un successo talmente chiaro che in pochi in Portogallo aspirano a tornare al vecchio sistema. Il primo oppositore della depenalizzazione, nel 2000, era stato Joao Figueira, il più importante poliziotto antidroga del Paese. All'epoca lanciava quel genere di avvertimenti che ci si aspetterebbe dal Daily Mail o da Fox News. Ma quando poi ci siamo incontrati a Lisbona, mi ha spiegato come le sue previsioni non si siano avverate, e come oggi lui speri che tutto il mondo segua l'esempio del Portogallo.
Tutto ciò non riguarda solo i tossicodipendenti a cui voglio bene. Riguarda tutti noi, perché ci costringe a pensare a noi stessi in maniera diversa. Gli esseri umani sono animali sociali. Abbiamo bisogno legare, di entrare in contatto e di amare. La frase più saggia del ventesimo secolo appartiene a E.M. Forster: "Mettetevi in contatto". Ma noi abbiamo creato un ambiente e una cultura che ci isolano da ogni forma di connessione, o che ce ne offrono solo la parodia generata da internet. La crescita delle dipendenze è il sintomo di un male profondo del modo in cui viviamo - volgendo costantemente lo sguardo all'ennesimo gadget luccicante da acquistare, piuttosto che agli esseri umani intorno a noi.
Lo scrittore George Monbiot l'ha chiamata "l'epoca della solitudine". Abbiamo creato società umane all'interno delle quali isolarsi da ogni legame è più facile che mai prima d'ora. Bruce Alexander - l'ideatore del 'parco topi' - mi ha spiegato come per troppo tempo non abbiamo fatto altro che parlare della riabilitazione dell'individuo dalla dipendenza. Ciò di cui abbiamo bisogno di parlare oggi è la riabilitazione sociale - un modo per riabilitare noi tutti, insieme, dal male dell'isolamento che ci sta avvolgendo come una spessa coltre di nebbia.
Ma queste nuove scoperte non rappresentano esclusivamente una sfida politica. Non sono solo le nostre menti che c'impongono di cambiare. Ma i nostri cuori.

Amare un tossicodipendente è davvero dura. Quando guardavo alle persone dipendenti a cui volevo bene, una volta avevo sempre la tentazione di seguire i consigli di reality show come Intervention - intimando a chi aveva una dipendenza di mettersi in riga, o allontanandolo. Il messaggio era che un tossicodipendente che non è in grado di smettere dovrebbe essere rifiutato. È la logica della guerra alla droga, interiorizzata nel privato. E invece, come ho avuto modo di capire, ciò non fa che peggiorare la loro condizione - e potresti finire per perdere del tutto la persona. Quando sono tornato a casa ero determinato a tenermi stretto più che mai le persone dipendenti che facevano parte della mia vita - facendo loro capire che il mio amore per loro è incondizionato, cioè indipendente dal fatto che smettano o che non ci riescano.
Quando sono tornato dal mio lungo viaggio ho guardato in faccia il mio ex-ragazzo, in crisi d'astinenza, che tremava sul letto degli ospiti, e ho pensato a lui in maniera diversa. Da un secolo intoniamo canti di guerra contro i tossicodipendenti. Asciugandogli la fronte mi è venuto in mente che forse quello che avremmo dovuto fare in tutto questo tempo sarebbe stato cantargli delle canzoni d'amore.

Questo blog è stato pubblicato originariamente su Huffington Post United States ed è stato tradotto dall'inglese all'italiano da Stefano Pitrelli.

link all'articolo
http://www.huffingtonpost.it/johann-hari/la-piu-probabile-causa-dipendenza_b_6537964.html